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Walter
Guadagnini
GIORGIO VALAVASSORI
In un'epoca bombardata dalle immagini voglio suscitare
un interrogativo sui molteplici significati dell'opera, sulla
necessità, sulla precarietà. Sulle opposizioni
leggero-pesante, forma-informe, duro-morbido, riflessione-intuito.
Riposare lo sguardo è anche lasciarsi cullare tra due
termini opposti. Così Giorgio Valvassori concludeva
un dialogo con Laura Safred, introduttivo a quella che è
stata, sino ad oggi, la sua esperienza espositiva più
significativa e complessa, una serie di cinque mostre tenute
in diversi spazi del Friuli e della Slovenia tra 2002 e 2003.
Una mostra antologica in più tappe, dunque, una rivisitazione
del proprio cammino non solo attraverso le opere, ma anche
attraverso i luoghi che nel tempo le hanno viste nascere e
crescere, che ne hanno determinato modi d'apparizione e ragioni
di esistenza. Un progetto anomalo, curioso e coraggioso, nel
quale l'individualità dell'autore ha la meglio su quella
degli spazi espositivi, ma a sua volta viene in qualche modo
annullata dalla disseminazione dell'opera, dal suo viaggio
nel tempo e nello spazio che pare quasi nascondere la personalità
dell'artista, per farsi essa stessa protagonista assoluta,
capace di affermare il proprio essere qui e ora (e al tempo
stesso lì e altrove) in quanto forma e materia e pensiero
necessari e, perciò, svincolati anche dalla contingenza
del momento originario.
Non è, Valvassori, artista capace di piegare il suo
fare a opportunità mondane, ai bisogni di una riconoscibilità
che ne garantisca l'accettazione nei termini in cui il fare
arte si trasforma, più o meno consciamente, in una
professione: lo dimostrano non solo le sue scelte di vita
e di carriera, lo dimostra anche, e soprattutto, il suo agire
creativo, il suo rifiutarsi a una cifra stilistica unica,
il suo continuo peregrinare tra le differenti suggestioni
del mondo esterno che si traducono in opere e in mostre ogni
volta uniche, ogni volta conchiuse in se stesse e capaci di
esaurire un periodo di riflessione e di azione; per questo,
Valvassori è così concentrato sui luoghi espositivi,
per questo ogni sua mostra ha un significato particolare,
che travalica il senso della pura esposizione di una produzione
recente.
Dunque, anche la mostra odierna al Museo Revoltella è
da considerarsi come un unicum, come un progetto in sé
definito, con un'identità peculiare che sebbene
inserita nel filo di un discorso ormai trentennale
ha un suo tono e un suo corpo irriducibile ad altre
a volte non meno importanti esperienze. Pensare l'opera,
pensare la mostra, pensare il luogo è, per Valvassori,
un tutt'uno, inscindibile, è pensare a questi tre momenti
come al dialogo tra di loro, a un continuo e inesausto rimando
tra la singola opera e l'intera mostra e tra il luogo e le
opere, in vista e alla ricerca di una sintesi che sia in grado
non tanto di conciliare gli opposti, ma di illuminare le fasi
diverse del dialogo e di rafforzare le singole voci. Il riferimento
alle opposizioni di diversi stati della mente, della forma,
della materia è, quindi, quanto mai opportuno, soprattutto
se si considera questo come un punto di partenza e non di
arrivo, come una condizione operativa preliminare, come una
chiave di lettura non dell'opera in sé, ma delle componenti
dell'intera mostra, che è il luogo dove gli opposti
vengono ricondotti a una complessa unitarietà. In questo
caso, è l'evidenza stessa dei singoli elementi a confermare
questa ipotesi: non solo diverse sculture e diversi materiali
abitano gli spazi, ma anche due diversi momenti dell'esperienza
creativa, quali sono il disegno e l'opera finita (se questo
termine ha, oggi, ancora un senso), il progetto e la sua realizzazione,
la forma nelle due dimensioni e quella nello spazio, l'inganno
della superficie e la realtà del volume. Senza che
l'uno prevarichi sull'altro, senza che lo spettatore possa
interpretare l'uno come semplicemente preparatorio dell'altro
(o viceversa), ma facendo in modo che i due momenti si riflettano,
si confrontino, compongano un circuito di senso ininterrotto
tra un linguaggio e l'altro, tra una forma e l'altra. E' sin
troppo facile la metafora del continuo attraversamento dei
confini, delle frontiere, dato il luogo nel quale la mostra
si svolge e dove si svolge l'esistenza stessa dell'artista,
eppure proprio questa pare essere la figura più aderente
a descrivere questa occasione, la sua essenza più profonda,
dove il confine è evidentemente quello delle discipline,
dei modi operativi (ma non va sottovalutato il fatto che i
fogli appartengono a periodi assai diversi della storia di
Valvassori, e quindi ci si trova di fronte anche a uno sconfinamento
temporale, sottolineato anche dal fatto che le sculture sono,
invece, dell'ultimo biennio di attività dell'artista...).
Ancora, una dialettica, un al di qua e un al di là,
ma infine il confine scompare o, meglio, rimangono le differenze,
le identità, ma ciò non implica una chiusura,
ma la volontà dell'attraversamento.
Ora, se è vero che nel disegno, come insegnavano gli
antichi, vi è in nuce la prima idea dell'opera , è
opportuno verificare quanto di tutto ciò sia presente
nella serie di fogli qui esposti, che datano a partire dai
primi anni Ottanta per giungere sino ad oggi. Il primo elemento
che si evidenzia alla lettura dei fogli è la progressiva
trasformazione del disegno da una condizione specificamente
progettuale a una maggiormente ideativa, con una conseguente
mutazione del segno stesso: se i primi fogli, infatti, dicono
di una volontà di concepire il foglio come luogo della
piena elaborazione della forma anche nei suoi termini
tecnici -, quelli più recenti si caratterizzano invece
più come appunto di viaggio, come estensione immediata
di un pensiero della forma che è destinato a raggiungere
la sua definitiva pienezza solo nell'attuazione dell'opera,
solo nella concreta incarnazione dell'oggetto, della scultura
o dell'installazione. Valga, per tutti, il passaggio dalla
precisione analitica dei disegni relativi all'Annunciazione
del 1981 autentico studio preparatorio alla maniera
degli antichi o alla Pelle d'orso del 1979
dove anche i meccanismi relativi alla statica dell'opera
divengono pretesto per un tour de force grafico intorno ai
temi del gancio, del nodo e alle forze che vengono poste in
campo da questa peculiare situazione fisica -, alla voluta
frammentarietà e approssimazione delle carte più
recenti, dove non solo il tratto si fa più abbreviato,
i particolari si perdono in un continuum di forme appena accennate,
date per sintesi, come se l'urgenza espressiva inducesse Valvassori
a rincorrere la forma nelle sue varianti più impreviste
e meno condizionanti. Come se, per l'appunto, il disegno divenisse,
man mano che si approfondisce il rapporto con lo spazio e
i luoghi dell'evento, il taccuino sul quale insistono i pensieri,
più ancora che le forme o le ragioni di una tecnica
che, pure, continua ad avere una sua centralità
differita però sino al momento della messa in atto,
che talvolta è anche messa in scena, del lavoro finito.
Non a caso, alcuni tra i fogli più significativi sono
quelli riferiti agli interi progetti installattivi, in una
logica che fa della variante il tema primario del disegnare:
lo spazio virtuale del foglio è raddoppiato dallo spazio
disegnato della stanza, in una sorta di sequenza che sonda
la tenuta dello spazio e la sua stessa natura: non si tratta,
qui, di progettare, ma di immaginare il possibile, in una
scrittura di segni che può persino divenire scrittura
tout court, a rafforzare quell'idea di diario, di taccuino,
alla quale si faceva cenno in precedenza.
Ancora una volta, Valvassori concepisce dunque l'opera
nella sua interezza, dall'inizio alla conclusione come
un percorso, come l'attraversamento di vari stadi dell'esperienza,
come un cammino che si sviluppa sul filo lieve eppure resistentissimo
del dialogo tra i modi e le essenze dell'operare, del trasformare
l'immagine in qualcosa d'altro, nell'innesco di una serie
di relazioni che si impongono a partire dal primo segno tracciato
sulla pagina bianca. Perché, infine, di immagini sempre
si tratta, di figure che muovono dal reale e al reale ritornano,
pur attraversando stadi diversi e sorprendenti di metamorfosi
materiale e concettuale. Immagini, figure, che appartengono
al bagaglio personale di Valvassori ma, ancor più,
al bagaglio collettivo dei potenziali spettatori: dall'ala
al pozzo, dall'albero alla figura umana, dal labirinto alla
gabbia, l'artista si serve di forme-immagini facilmente riconoscibili,
appartenenti alla comunità e non solo al singolo: sono
gli spostamenti lievi del senso, le accentuazioni o le elusioni,
gli accostamenti, le materie stesse a trasformare quell'immagine,
quella forma, in altro da sé, a costringere lo spettatore
dapprima ad arrestare e poi a riposare lo sguardo, ad abbandonarsi
al gioco delle associazioni e delle deviazioni, dei rimandi
e delle suggestioni. Non a caso, credo, Valvassori ha voluto
incentrare la mostra odierna oltre che sui disegni
su due immagini come quella del labirinto e quella
dell'acrobata che cammina sul filo: due immagini accomunate
da tre condizioni di base: quella del movimento (l'acrobata
cammina, per uscire dal labirinto è necessario percorrere
una strada, la differenza sta nella direzione precisa e predeterminata
del primo e nella aleatorietà della seconda), quella
del rischio, dell'imprevedibilità del risultato (si
guarda l'acrobata con il fiato sospeso, in attesa di sapere
se il suo tentativo riuscirà, ci si muove nel labirinto
senza sapere se si sarà in grado di trovare l'uscita)
e, infine, quella della vertigine che accomuna queste due
situazioni. Un po' come nei disegni, un po' come nelle forme
in piombo, l'artista e lo spettatore si trovano a condividere
una condizione volutamente ambigua, di continua prova della
realtà di ciò che si sta vedendo e di ciò
che si sta facendo, dove fare un'opera è mettere in
opera e non semplicemente elaborare una forma, in un costante
e non casuale riferimento ai modi e ai tempi dello scorrere
del tempo, sia quello della natura che quello della mente:
mettere in opera, allora perché, coem sostiene Valvassori
stesso, l'opera compiuta e mostrata diventa autosufficiente.
Non identifica l'autore secondo uno stile, un modo di operare
o una tecnica, ma acquista una propria autonomia, un proprio
carattere, un'oggettività che non svela la soggettività
dell'autore. Che può essere chiuso nel suo studio
a tracciare segni su di un foglio bianco, o può essere
perso dentro un labirinto (nel quale in realtà non
si capisce neppure come sia riuscito a entrare) o può
essere su una corda, sospeso tra terra e cielo...
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